logo RankiaItalia

Le valutazioni azionarie non prevedono in modo affidabile il futuro – L’opinione di Fisher Investments

monete con percentuale

I media finanziari parlano spesso di azioni troppo “care” o “sopravvalutate”, sostenendo che parametri di valutazione come il rapporto prezzo/utili (P/E) possano prevedere il futuro. A prima vista sembra un ragionamento logico: si comprano azioni quando sono a buon mercato e si vendono quando sono costose. “Se le valutazioni sono ai massimi storici, non significa forse che è il momento giusto per vendere?”

Ma i dati storici mostrano una realtà diversa. I parametri di valutazione non hanno il potere predittivo che molti investitori attribuiscono loro. In questo articolo Fisher Investments Italia recensisce i calcoli matematici alla base dei parametri di valutazione più comuni, le prove statistiche della loro scarsa capacità predittiva e il modo in cui gli investitori possono tenerne conto nelle decisioni di portafoglio. 

L’abc delle valutazioni azionarie

Per capire perché le valutazioni non sono uno strumento di market timing affidabile, gli investitori devono innanzitutto capire come vengono calcolate. Il parametro di valutazione più citato dai media finanziari è il rapporto prezzo/utili (price-to-earnings, P/E).

Si prende il prezzo dell’azione di una società e lo si divide per gli utili per azione (earnings-per-share, EPS). Il rapporto P/E mostra quindi quanto gli investitori pagano per ogni euro di utili della società.

Facciamo un esempio: se un’azione scambia a 50 euro e gli utili per azione degli ultimi dodici mesi sono pari a 5 euro, il rapporto P/E è 10 (50/5). In altre parole, gli investitori stanno pagando 10 euro per ogni euro di utili della società. 

  • Basso rapporto P/E: l’azione può sembrare “a buon mercato”.
  • Elevato rapporto P/E: l’azione può sembrare “cara”.

Un P/E basso può suggerire che l’azione della società è “economica” o sottovalutata rispetto ai suoi utili, mentre un P/E elevato può far pensare che sia “cara” o sopravvalutata. Ma è davvero così? Secondo Fisher Investments Italia, no. Un P/E elevato non significa necessariamente che un’azione sia costosa, né è automaticamente vero il contrario.

Il problema sta nel modo in cui il rapporto è calcolato. La “E” - gli utili - tende a guardare al passato, cioè a ciò che è accaduto nell’ultimo anno. La “P” - il prezzo - guarda invece al futuro, cercando di indovinare cosa accadrà. Mettere a confronto il passato con il futuro crea uno scollamento che rende problematico usare questo parametro per fare previsioni di breve periodo.

Gli investitori soffrono spesso di quella che il fondatore di Fisher Investments, Ken Fisher, chiama “acrofobia di mercato” - la paura delle altezze. Quando vedono un P/E elevato pensano istintivamente: “Il P/E è alto, quindi il corso azionario potrebbe scendere!”. 

Il timore delle altezze poteva essere utile nella preistoria, ma non è necessariamente valido per le azioni. Il fatto che le valutazioni siano elevate significa semplicemente che gli investitori sono disposti a pagare di più per ogni euro di utili di una società, spesso perché si aspettano una solida crescita futura. I rapporti P/E possono essere utili per determinare il valore relativo, ma non vanno usati da soli per prevedere i movimenti del mercato o prendere decisioni d’investimento, soprattutto nel breve periodo.

Il potere predittivo delle valutazioni alla prova dei fatti

Se le valutazioni alte o basse anticipassero davvero l’andamento del mercato, dovrebbe esserci una forte correlazione statistica tra le due variabili. Ma non è così. Analizzando i dati dell’indice S&P 500 a partire dal 1872 - una delle serie storiche più lunghe disponibili - Fisher Investments Italia ha riscontrato che la relazione tra i P/E iniziali di un anno e i rendimenti prospettivi a dodici mesi è praticamente inesistente. (1)

L’R quadro (R²) è un termine un po’ astruso che calcola la misura in cui una variabile spiega l’andamento di un’altra variabile. Nel caso del rapporto tra P/E iniziale e rendimenti prospettici a un anno dell’indice azionario S&P 500, l’R quadro è pari a circa 0,01. In altre parole, solo l’1% dei rendimenti futuri può essere spiegato dalle valutazioni iniziali. La storia mostra numerosi periodi in cui a valutazioni elevate hanno fatto seguito rendimenti positivi e, al contrario, valutazioni basse cui hanno fatto seguito rendimenti negativi.

Un esempio classico che dimostra perché i P/E non sono predittivi è la crisi finanziaria del 2008-2009. All’inizio del 2009 i P/E salirono bruscamente proprio mentre il mercato stava toccando il minimo. (2) Il motivo? Gli utili delle imprese erano crollati più velocemente dei corsi azionari. Quando gli utili crollano, il denominatore del rapporto diminuisce e il P/E aumenta. 

Un investitore che nel 2009 avesse guardato solo ai P/E elevati avrebbe potuto concludere che le azioni erano “care” e decidere di restare fuori dal mercato. In realtà quello fu l’inizio di un gigantesco mercato rialzista, durato un decennio. Il mercato - e dunque la “P” - guardava già alla futura ripresa economica che gli utili passati - la “E” - non riflettevano ancora.

Il modo corretto di interpretare le valutazioni

Se le valutazioni non indicano l’andamento del mercato, a cosa servono? Secondo Fisher Investments Italia, sono un indicatore del sentiment degli investitori, più che uno strumento predittivo. Spesso le valutazioni elevate accompagnano le fasi di entusiasmo generalizzato tra gli investitori, mentre le valutazioni basse riflettono periodi di pessimismo. Il sentiment, unito agli altri fattori che muovono i mercati - economia e politica - offre un quadro più completo rispetto alle sole valutazioni. 

Il messaggio per gli investitori è semplice: non lasciare che siano le sole valutazioni a guidare le decisioni d’investimento. Le valutazioni sono soltanto uno dei modi per misurare l’umore degli investitori. Un P/E elevato non è un segnale di stop, e un P/E basso non è un semaforo verde. I mercati si muovono sul divario tra aspettative e realtà - spinti dai fondamentali economici, dai fattori politici e dal sentiment degli investitori - non perché un dato rapporto ha raggiunto una soglia storica.

Segui le ultime novità sui mercati e gli aggiornamenti di  Fisher Investments Italia:

Fisher Investments Italia è la denominazione commerciale utilizzata dalla succursale di Fisher Investments Ireland Limited operante in Italia (“Fisher Investments Italia”). Fisher Investments Ireland Limited, una società a responsabilità limitata costituita in Irlanda, è iscritta, insieme alla sua denominazione commerciale Fisher Investments Europe, al Companies Registration Office (“”Registro delle imprese””) irlandese con i numeri 623847 e 629724. Fisher Investments Europe è regolamentata dalla Banca Centrale d’Irlanda e ha sede legale presso: 2 George’s Dock, 1st Floor, Dublin 1, D01 H2T6 Irlanda Fisher Investments Europe affida una parte degli aspetti dell’attività giornaliera di consulenza di investimento e gestione di portafoglio e delle funzioni di trading alle proprie affiliate. 

Il presente documento contiene le opinioni generali di Fisher Investments Europe e non deve essere considerato alla stregua di una consulenza personalizzata in materia di investimento o di natura fiscale, né tantomeno come un riflesso delle performance dei clienti. Non è possibile garantire che Fisher Investments Europe manterrà queste opinioni, che potrebbero cambiare in qualsiasi momento in base a nuove informazioni, analisi o riconsiderazioni. Nulla nel presente deve essere inteso come una raccomandazione o una previsione delle condizioni di mercato. Al contrario, è da intendersi come l’illustrazione di una tesi. Le condizioni di mercato attuali e quelle future potrebbero presentare numerose differenze rispetto a quelle qui illustrate. Inoltre, non si forniscono garanzie in merito all’esattezza delle ipotesi formulate negli esempi qui presenti.

NOTE:

1. Fonte: Finaeon, Inc., al 16/01/2026. Rendimento totale e P/E dell’indice S&P 500.

2. Fonte: Finaeon, Inc., al 16/01/2026. Dati annuali, dal 1871 al 2024.