Curva di Phillips: la relazione tra disoccupazione e inflazione

Indice
Pochi grafici hanno influenzato la politica economica quanto la curva di Phillips. L'idea di fondo è semplice: quando la disoccupazione scende, l'inflazione tende a salire, e viceversa. Su questa intuizione le banche centrali hanno costruito decenni di decisioni sui tassi di interesse.
Il problema è che la relazione non ha retto sempre. Negli anni Settanta prezzi e disoccupazione sono cresciuti insieme, e oggi il quadro italiano è di nuovo anomalo: disoccupazione al 5,7% e inflazione al 3,0% a giugno 2026, secondo l'Istat.
In questa guida trovi la definizione, la formula, la differenza tra breve e lungo periodo, le critiche dei monetaristi e cosa dicono i dati più recenti.
Capire la curva di Phillips aiuta anche a leggere le decisioni delle banche centrali, soprattutto quando inflazione, occupazione e tassi si muovono in direzioni non sempre intuitive. Per costruire un portafoglio coerente con il ciclo macro puoi valutare Fineco per azioni, ETF e obbligazioni con regime amministrato, XTB per investire in ETF e azioni con una piattaforma intuitiva, oppure BG Saxo se cerchi accesso a strumenti e mercati più ampi.


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Che cos'è la curva di Phillips
La curva di Phillips è la rappresentazione grafica della relazione inversa tra il tasso di disoccupazione e il tasso di inflazione. Prende il nome da Alban William Phillips, economista neozelandese nato il 18 novembre 1914.
Nel 1958 Phillips pubblicò sulla rivista Economica uno studio sui dati del Regno Unito dal 1861 al 1957. Osservò che quando la disoccupazione era bassa i salari monetari crescevano più in fretta, e viceversa.
La versione oggi più diffusa non è però quella originale. Nel 1960 Paul Samuelson e Robert Solow sostituirono la crescita dei salari con il tasso di inflazione dei prezzi: è questa la curva entrata nei manuali di macroeconomia.
Come si legge il grafico della curva di Phillips
Sull'asse verticale si colloca il tasso di inflazione, su quello orizzontale il tasso di disoccupazione. Ne risulta una curva inclinata negativamente: a ogni livello di disoccupazione corrisponde un livello di inflazione.
Il meccanismo è intuitivo. Con poca disoccupazione le imprese faticano a trovare personale, alzano i salari per attrarlo e scaricano il maggior costo sui prezzi finali. Quando invece la disoccupazione sale, come nelle fasi di recessione economica, la spesa si contrae e i prezzi rallentano.

Per il quadro completo sul fenomeno dei prezzi trovi la nostra guida sul tasso di inflazione.
La formula della curva di Phillips
La formulazione standard, quella aumentata dalle aspettative, è la seguente:
π = πe − h(u − uN), con h > 0
Dove:
- π: il tasso di inflazione effettivo.
- πe: il tasso di inflazione atteso dagli operatori.
- u: il tasso di disoccupazione osservato.
- uN: il tasso naturale di disoccupazione.
- h: un coefficiente positivo, che misura quanto l'inflazione reagisce allo scostamento tra u e uN.
La lettura è immediata: l'inflazione supera le attese solo se la disoccupazione scende sotto il tasso naturale. Se u coincide con uN, l'inflazione effettiva è pari a quella attesa e la curva resta ferma.
Curva di Phillips di breve e di lungo periodo
La distinzione tra breve e lungo periodo è il punto in cui la teoria originale si rompe. Nel breve periodo il trade-off esiste: imprese e lavoratori non ricontrattano subito prezzi e salari, quindi uno stimolo alla domanda si traduce anche in più occupazione.
Nel lungo periodo, invece, le aspettative si adeguano. I lavoratori chiedono salari coerenti con l'inflazione che si attendono, il vantaggio iniziale svanisce e la disoccupazione torna al livello naturale. La curva di lungo periodo diventa una retta verticale in corrispondenza di uN.
Il tasso naturale di disoccupazione e il NAIRU
Il tasso naturale di disoccupazione è il livello compatibile con un'inflazione stabile. Dipende da fattori strutturali — mobilità del lavoro, formazione, regole contrattuali, sussidi — e non si azzera con la politica monetaria.
In macroeconomia lo si indica spesso come NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment). Il concetto è lo stesso visto da un'altra angolazione: sotto quella soglia l'inflazione accelera, sopra rallenta.
Il limite pratico è rilevante: il NAIRU non è osservabile, si stima. Le stime variano tra istituzioni e vengono riviste nel tempo, quindi la soglia che separa "sotto" e "sopra" ha margini di incertezza ampi.
Perché la curva di Phillips si sposta
La curva di breve periodo non è fissa. Si sposta ogni volta che cambiano le aspettative di inflazione: se gli operatori si attendono prezzi più alti, per ogni livello di disoccupazione l'inflazione osservata risulterà maggiore.
Anche gli shock di offerta la spostano. Un rincaro dell'energia alza i costi di produzione a prescindere dallo stato del mercato del lavoro, spingendo verso l'alto l'intera curva. È il meccanismo che nel modello del triangolo di Robert Gordon affianca aspettative e inflazione inerziale.
Le critiche alla curva di Phillips: monetaristi e aspettative razionali
Negli anni Sessanta la curva veniva usata come strumento di pianificazione monetaria. Le banche centrali alternavano il contrasto all'inflazione alla lotta alla disoccupazione: la Fed abbassava i tassi quando l'occupazione era debole e li alzava quando i prezzi correvano.
La critica decisiva arrivò prima dei fatti. Tra il 1967 e il 1968 Milton Friedman ed Edmund Phelps sostennero, in modo indipendente, che il trade-off è solo temporaneo, perché gli individui finiscono per anticipare l'inflazione e chiedere salari adeguati.
Gli anni Settanta diedero loro ragione. Con gli shock petroliferi inflazione e disoccupazione salirono insieme: è il fenomeno noto come stagflazione.
I numeri di quel periodo aiutano a capire la portata del fallimento previsionale. Negli Stati Uniti l'inflazione al consumo raggiunse il 12,3% a dicembre 1974 e il 14,8% a marzo 1980, secondo la serie storica del Bureau of Labor Statistics.
Negli anni Ottanta la critica si fece più radicale. Robert Lucas e Thomas Sargent introdussero le aspettative razionali: se la politica monetaria è prevedibile, gli operatori la incorporano nei prezzi e l'effetto reale sparisce. Da qui l'idea che la politica monetaria debba muoversi entro regole e vincoli precisi.
Se vuoi capire come muoverti quando prezzi e disoccupazione salgono insieme, trovi il quadro operativo nella guida su come investire in periodi di stagflazione.
Evoluzione storica della curva di Phillips
| Fase | Cosa cambia | Protagonisti |
|---|---|---|
| 1958 — L'origine | Relazione inversa tra disoccupazione e crescita dei salari nel Regno Unito | A.W. Phillips |
| 1960 — La versione americana | I salari vengono sostituiti dall'inflazione dei prezzi | Samuelson, Solow |
| 1967-68 — Il tasso naturale | Il trade-off è temporaneo: nel lungo periodo la curva è verticale | Friedman, Phelps |
| Anni '70 — La stagflazione | Inflazione e disoccupazione salgono insieme dopo gli shock petroliferi | — |
| Anni '70-'80 — Aspettative razionali | Le politiche prevedibili non spostano la disoccupazione reale | Lucas, Sargent |
| Anni '80-2000 — Rigidità e isteresi | Le rigidità di prezzi e salari giustificano il trade-off di breve | Mankiw, Ball, Blanchard |
| 2010-2020 — La curva piatta | Inflazione bassa nonostante la disoccupazione in calo | — |
| 2021-2023 — Il ritorno | Shock di offerta post-Covid: inflazione a due cifre in Europa | — |
Alla fase delle rigidità appartiene anche il concetto di isteresi, introdotto da Olivier Blanchard e Lawrence Summers nel 1986: una disoccupazione elevata e prolungata può alzare in modo permanente il tasso naturale, perché chi resta fuori dal mercato del lavoro perde competenze e capacità di rientro.
La curva di Phillips oggi: cosa dicono i dati
Il decennio successivo alla crisi del 2008 ha messo in discussione il modello dal lato opposto. La disoccupazione scendeva ma l'inflazione restava ostinatamente bassa: gli economisti hanno parlato di una curva di Phillips «piatta».
Il biennio 2021-2023 ha ribaltato di nuovo il quadro. In Italia l'indice NIC ha toccato +11,8% su base annua a novembre 2022, con una media d'anno dell'8,1%: il rialzo più ampio dal 1985, secondo l'Istat. All'origine non c'era il mercato del lavoro ma uno shock su energia e materie prime.
Oggi la fotografia italiana è di nuovo poco ortodossa. A giugno 2026 il tasso di disoccupazione è al 5,7% e quello di occupazione al 62,9%, mentre l'inflazione NIC si attesta al +3,0% annuo, con una componente di fondo all'1,6% (Istat, luglio 2026).
Due livelli entrambi contenuti, che la lettura più semplice della curva non spiegherebbe. Il grosso dell'inflazione residua viene dagli energetici — regolamentati +9,2% e non regolamentati +13,3% a giugno 2026 — non dalla pressione salariale.
Cosa significa la curva di Phillips per chi investe
Per un investitore la curva non è un modello previsionale, ma una griglia per leggere le mosse delle banche centrali. Quando la disoccupazione scende sotto la soglia ritenuta naturale, cresce la probabilità di una stretta monetaria; quando sale, quella di un taglio dei tassi.
Questo si riflette su tutte le asset class. Tassi in salita comprimono il prezzo delle obbligazioni già emesse e penalizzano i titoli growth, mentre un ciclo di tagli tende a sostenere le azioni e le scadenze lunghe.
Il limite da tenere presente è quello già visto: il NAIRU è una stima, non un dato osservabile. Costruire una strategia su una sola soglia teorica è fragile; più utile trattare i dati su occupazione e prezzi come indizi sulla direzione della politica monetaria, non come segnali operativi.
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In sintesi, la curva di Phillips resta uno strumento utile ma parziale. Il trade-off tra inflazione e disoccupazione si osserva nel breve periodo e svanisce nel lungo, quando le aspettative si adeguano; gli shock di offerta possono spostare l'intera curva a prescindere dal mercato del lavoro.
Per chi investe, il valore del modello sta nel capire perché una banca centrale alza o abbassa i tassi, non nel prevedere l'inflazione. Vale più come chiave di lettura dei dati macro che come regola decisionale, soprattutto in una fase come quella italiana del 2026, con disoccupazione e inflazione entrambe moderate.