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Prossima riunione FED: calendario 2026 e decisioni di politica monetaria

Dopo l’ultima riunione (27-28 gennaio 2026), la Fed ha lasciato i tassi invariati al 3,50%-3,75% e ha ribadito che le prossime mosse dipenderanno dai dati: è per questo che il calendario FED 2026 resta centrale per gli investitori, perché ogni meeting può spostare aspettative su dollaro, azionario e rendimenti (il prossimo appuntamento è 17-18 marzo 2026).
Edificio della Federal Reserve al tramonto, Washington D.C.

La FED è la banca centrale degli Stati Uniti. Si tratta di una delle istituzioni più influenti al mondo. Vediamo cosa si è deciso nell'ultima riunione della Banca Centrale USA, il calendario delle riunioni FED 2026 e vediamo che impatto hanno le riunioni della FED sui mercati.

Vediamo cosa possiamo aspettarci che faccia la Federal Reserve, non solo nella sua prossima riunione, ma per il resto dell'anno. Senza dubbio, è una delle questioni più seguite dagli investitori, dato che non solo incide direttamente sull'evoluzione dei mercati (azioni, valute, indici), ma anche sull'economia stessa.

Cosa cambia tra il taglio di dicembre e il FOMC di gennaio 2026: dalla stretta alla pausa

A dicembre 2025 la Federal Reserve aveva chiuso l’anno con un terzo taglio consecutivo da 25 punti base, portando i Fed Funds nel range 3,50%-3,75%. Nel comunicato di dicembre, però, la Fed aveva anche segnalato qualcosa di importante: l’incertezza restava elevata e, soprattutto, riteneva che i rischi al ribasso per l’occupazione fossero aumentati nei mesi precedenti. Era un modo abbastanza chiaro per dire: “Stiamo tagliando perché vogliamo evitare che l’economia freni troppo, anche se l’inflazione non è ancora al 2%”.

La prima riunione del 2026 (28 gennaio) cambia il quadro, o meglio: lo rende più severo nella lettura. La Fed ha lasciato i tassi invariati nel range 3,50%-3,75%, interrompendo la sequenza di tagli dell’autunno 2025. Nel comunicato ufficiale il messaggio è stato impostato su tre concetti: crescita solida, mercato del lavoro che mostra segnali di stabilizzazione, inflazione ancora elevata. Tradotto: la banca centrale non vede (per ora) un’urgenza di continuare a tagliare solo per principio.

La sfumatura interessante, qui, non è tanto la pausa in sé (che era ampiamente attesa), quanto il cambio di tono. Rispetto al comunicato precedente, infatti, la Fed ha tolto un passaggio che pesava parecchio sulla narrativa di fine 2025: non compare più l’idea che il rischio principale fosse un indebolimento del lavoro maggiore di quello di una riaccelerazione dei prezzi. È come se Powell e il FOMC stessero dicendo che si abbandona questa protezione del mercato del lavoro ad ogni costo.

Volendo dare un'altra chiave di lettura a questa ultima decisione, possiamo ragionevolmente dire che la Fed sta cercando di riportare la politica monetaria in una zona “neutrale” (né restrittiva né espansiva) e vuole capire se i tagli fatti da settembre a dicembre hanno già fatto il loro lavoro. Non a caso, nella conferenza stampa Powell ha insistito sul fatto che la traiettoria futura dipenderà dai dati e che non c’è, in questo momento, un automatismo taglio dopo taglio.

Una Fed in equilibrio, ma con dissensi che contano

Un altro dettaglio da non lasciare in sottofondo è che la decisione non è stata unanime: Stephen Miran (sí, sempre lui!) e Christopher Waller hanno votato contro, preferendo un taglio immediato di 25 punti base già a gennaio. Questo ti dà una chiave utile per capire cosa succede all'interno del Comitato: la Fed pausa, ma c’è ancora una componente che teme che aspettare troppo possa essere un errore, soprattutto se i prossimi dati dovessero mostrare un raffreddamento più netto del ciclo.

Jerome Powell FED

Allo stesso tempo, Powell ha cercato di tenere insieme falchi e colombe: da un lato non ha aperto la porta a rialzi (anzi, l’idea di ulteriori strette non è sul tavolo nello scenario base), dall’altro ha chiarito che tagliare ancora non è scontato e che serve una conferma più convincente sul rientro dell’inflazione.

In parallelo, sullo sfondo restano le tensioni politiche: Powell ha evitato di commentare direttamente i fronti più caldi, rimarcando però la centralità dell’indipendenza delle banche centrali.

Il Dot Plot della Fed

Uno degli elementi più importanti che emergono dalle riunioni della FED è il dot plot, che fornisce una proiezione delle aspettative sui tassi d’interesse per il futuro.

Il dot plot è uno strumento chiave per comprendere come i membri del FOMC vedono l’evoluzione della politica monetaria nei prossimi anni. Sebbene la Fed abbia tagliato i tassi nel 2025, il dot plot indica che non ci si aspetta un ulteriore abbassamento massiccio nel 2026. Al contrario, le proiezioni suggeriscono che la banca centrale prevede di mantenere i tassi su livelli stabili, con una lieve tendenza al rialzo solo se i dati sull'inflazione e la crescita lo giustificheranno.

grafico dot plot previsioni 2026 e lungo termine

Anche questa visione del dot plot contribuisce a riflettere la prudenza della Fed: i membri del FOMC, pur essendo favorevoli al taglio dei tassi, non sono pronti a intraprendere un’ulteriore accelerazione verso una politica più accomodante.

La maggior parte delle proiezioni dei membri del comitato, infatti, indicano un livello di tassi sostanzialmente stabile per il 2026, con il possibile avvio di una pausa sui tagli a meno che i dati futuri non suggeriscano un ulteriore intervento. E così è stato almeno per la prima riunione.

Le reazioni dei mercati

La reazione di Wall Street, stavolta, non ha avuto nulla di spettacolare ed è proprio questo il punto.

Con i tassi lasciati invariati nel range 3,50%-3,75%, il mercato aveva già prezzato lo scenario principale e si è concentrato su un dettaglio molto più sottile: il tono. In altre parole, non contava tanto cosa avrebbe fatto la Fed (lo stop era atteso), ma quanto Powell avrebbe lasciato intendere che la pausa potesse trasformarsi in una sosta lunga.

Il risultato si è visto nei numeri di chiusura, con indici quasi fermi, con un Nasdaq appena più tonico e un S&P 500 sostanzialmente inchiodato:

Movimenti minimi, ma coerenti con un mercato che non sta festeggiando un allentamento monetario, bensì ricalibrando le aspettative. È come se gli investitori avessero detto: ok, la Fed non accelera. Allora guardiamo altrove: utili, settori, singole storie.

Dentro questa apparente calma, però, la selettività è stata evidente. A fare la differenza non è stato un risk-on generalizzato, ma il solito meccanismo da fase matura di ciclo: i titoli e i temi che continuano a convincere (in particolare l’ecosistema legato agli investimenti AI e alle trimestrali tech) riescono ancora a sostenere il listino, mentre il resto resta più guardingo. È un segnale interessante, perché racconta un mercato meno dipendente dalla sola liquidità e più sensibile alla qualità della crescita aziendale.

Sul fronte obbligazionario, la lettura è stata simile: poche oscillazioni, perché la decisione era attesa e perché la Fed non ha dato un assist pulito a chi sperava in tagli ravvicinati. Il rendimento del Treasury decennale è rimasto sostanzialmente stabile (intorno a 4,24%), a conferma che gli investitori stanno trattando questa fase come una pausa di valutazione: prima si guarda l’inflazione (e l’effetto dei dazi sui prezzi), poi eventualmente si riapre il capitolo tagli.

Anche il dollaro, che arrivava da settimane più nervose, ha dato un segnale di riordino: non un rally travolgente, ma una stabilizzazione e un recupero contro diverse valute, complice anche il messaggio politico a supporto del “strong dollar”. Questo passaggio è importante perché, nel breve, un dollaro meno debole tende a raffreddare parte dell’entusiasmo su asset e settori che avevano beneficiato dell’indebolimento della valuta USA.

Infine, c’è un termometro che in questi contesti parla chiarissimo: i metalli preziosi. L’investimento in oro ha continuato a catalizzare flussi difensivi, aggiornando nuovi record (oltre quota 5.000 $), segnale che una parte del mercato sta ancora comprando protezione: non necessariamente contro la recessione, ma contro l’incertezza (politica, fiscale, geopolitica) e contro il rischio che l’inflazione resti più appiccicosa del previsto.

Tradotto in un’idea pratica: la Fed non ha acceso l’euforia, ha semmai invitato a ragionare per scenari. E questo si riflette anche sulle aspettative implicite: diverse letture di mercato vedono i tagli non immediati e più diluiti nel corso dell’anno, con un primo allentamento che molti spostano verso la seconda metà del 2026. È un contesto in cui la volatilità non deve per forza esplodere, ma in cui la differenza la fa la capacità di scegliere bene cosa tenere in portafoglio e perché.

Cosa aspettarsi quindi dal 2026?

Il punto, per il 2026, è che la Fed non sta dicendo fine dei tagli, ma sta alzando l’asticella: per riprendere ad allentare serve almeno una di queste due condizioni (e idealmente entrambe):

  1. inflazione che scende in modo più pulito verso il target,
  2. oppure un mercato del lavoro che si deteriora in maniera più evidente.

È esattamente per questo che, già ora, molti commentatori parlano di un FOMC “senza fretta”: la crescita è descritta come solida e la disoccupazione come più stabile, quindi non c’è l’urgenza che avevamo percepito nel finale del 2025.

Da qui in avanti, secondo me, la parola chiave resta una sola: inflazione. Perché la Fed può anche permettersi di aspettare, ma non può permettersi di sbagliare timing.

Se i prezzi rallentano, i tagli tornano sul tavolo; se invece l’inflazione resta lì dov'è o si riaccende, la pausa rischia di diventare più lunga del previsto. E questo si collega direttamente anche al dollaro e alle condizioni finanziarie: una Fed ferma più a lungo tende a sostenere la valuta e a mantenere più tesi i rendimenti, con effetti a cascata su equity, credito e settori sensibili ai tassi.

Prospettive per il dollaro e per il mercato del lavoro

Nel 2026, oltre ai tassi, il vero game changer per dollaro e mercato del lavoro sarà l’incastro tra politica monetaria e politica fiscale: se Washington dovesse muoversi in modo più espansivo (più spesa, deficit più ampio e quindi più emissioni di Treasury), l’economia potrebbe reggere meglio ma anche spingere la Fed a restare prudente sui tagli per non compromettere la credibilità del target del 2%.

A questo si sommano le variabili esterne (geopolitica, tensioni commerciali e divergenze con BCE e Bank of Japan), perché il differenziale di tassi e il premio al rischio globale influenzano i flussi verso gli asset in dollari. Per leggere l’USD in modo operativo, io terrei d’occhio tre leve chiave:

  • Differenziale dei rendimenti e aspettative sui tagli: se il mercato sposta avanti i tagli USA o li ridimensiona, il dollaro tende a respirare; se invece prezza allentamenti rapidi e profondi, l’USD può indebolirsi.
  • Sentiment risk-on / risk-off: nei momenti di stress il dollaro spesso si rafforza anche senza rialzi dei tassi, perché viene trattato come valuta rifugio.
  • Inflazione importata (anche via dazi/commodity): un dollaro più debole aiuta l’export, ma può aumentare il costo delle importazioni e complicare la disinflazione.

Sul fronte lavoro, la Fed non guarda solo al numero di nuovi occupati, ma al quadro complessivo: quanto tira ancora il mercato e, soprattutto, che dinamica hanno i salari (perché è lì che spesso si gioca l’inflazione nei servizi). Gli scenari guida sono:

  • Occupazione solida + salari in decelerazione → più spazio per tagli graduali.
  • Mercato troppo teso + salari che ripartono → tassi fermi più a lungo.
  • Disoccupazione in salita + assunzioni in frenata → tagli più probabili e più rapidi per evitare un eccesso di restrizione.

Per dirla in poche parole: nel 2026 il dollaro racconta come il mercato sta prezzando la traiettoria dei tassi, ma è il mercato del lavoro a dire alla Fed se può permettersi di accelerare (o frenare) davvero.

Calendario riunioni FED 2026

La Federal Reserve si riunisce 8 volte all'anno con una separazione di circa 40 giorni tra ogni riunione. Le date ufficiali delle riunioni vengono presentate con grande anticipo, motivo per cui già possiamo tenere a mente il calendario delle riunioni 2026 della FED.

  • 27-28 Gennaio.
  • 17-18 Marzo.
  • 28-29 Aprile.
  • 16-17 Giugno.
  • 28-29 Luglio.
  • 15-16 Settembre.
  • 27-28 Ottobre.
  • 8-9 Dicembre.

Se sei interessato alle politiche delle banche centrali potresti consultare anche il calendario delle riunioni della BCE.

Le riunioni della FED: FOMC meeting

Quando parliamo della Federal Reserve, per capire tutto ciò che succede nelle sue riunioni, dobbiamo conoscere quattro concetti:

  • FOMC: è il comitato di politica monetaria della Federal Reserve. È composto da 12 membri. Si occupa delle strategie di politica monetaria per poter raggiungere gli obiettivi. Si riunisce 8 volte all'anno, ogni 6 settimane circa, a Washington. Generalmente, delle 8 volte che si riunisce in un anno, nella metà offre successivamente una conferenza stampa.
  • Verbali della FED: riassumono in dettaglio tutti gli argomenti che il FOMC ha trattato nelle sue riunioni. I verbali vengono pubblicati 3 settimane dopo ogni riunione del FOMC e mostrano le opinioni di tutti i membri che hanno partecipato alle riunioni.
  • Libro Beige: è un insieme di dati che il FOMC utilizza nelle sue riunioni per prendere decisioni. Circa 2 settimane prima delle riunioni del FOMC vengono pubblicati.
  • Dot plot: è un grafico in cui compaiono una serie di punti. Questo grafico viene pubblicato gratuitamente dopo ogni riunione della Federal Reserve e riflette cosa pensa ogni membro riguardo se nei restanti mesi dell'anno e negli anni successivi i tassi di interesse aumenteranno o diminuiranno, e di quanto. Ha avuto origine alla fine del 2011 con Ben Bernanke come presidente della Banca.

Molto dipenderà anche dalla politica hawkish o dovish dei banchieri FED attualmente in carica.

Che impatto hanno sul mercato le riunioni della FED?

La FED è quindi un'istituzione cruciale per la salute economica degli Stati Uniti e ha un impatto significativo sui mercati finanziari globali. La riunioni della FED, dove avviene la determinazione delle politiche monetarie, soprattutto in relazione ai tassi di interesse, possono avere un impatto rilevante sui mercati finanziari.

Che succede quando c'è un aumento dei tassi di interesse?

Quando la FED opta per un aumento dei tassi di interesse, oppure per altre politiche volte a ridurre la liquidità nel sistema, nell'ottica del contenimento del livello dei prezzi, determina un rallentamento dell'economia.

L'aumento dei tassi di interesse, infatti, scoraggia i prestiti, rendendoli più "costosi". Il che a sua volta ha un effetto negativo sulla domanda aggregata e il livello dei consumi.

aumento tassi fed
Relazione tra tassi di interesse e S&P 500

La riduzione della liquidità ha un effetto anche sul mercato azionario. Meno liquidità implica meno risorse per gli investimenti. Quindi, in linea generale, all'aumento dei tassi di interesse si associa una riduzione del valore delle azioni. E viceversa. Tuttavia, in alcuni casi, il mercato potrebbe avere già "scontato" l'effetto del rialzo, il che avviene quando, come accade di solito, la FED anticipa già le sue intenzioni di politica monetaria prima della decisione ufficiale. In questi casi, l'effetto sul mercato potrebbe essere più moderato.

In tempi di incertezza, come quelli che seguono all'innalzamento dei tassi di interesse, l'investimento in azioni difensive può rivelarsi un'ottima strategia. Anche beni rifugio, che mostrano una scarsa correlazione con il ciclo economico, come investire in oro, possono costituire una buona strategia di investimento.

Cosa succede quando i tassi di interesse vengono abbassati?

Al contrario, quando c'è una riduzione dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve (Fed) o di qualsiasi altra banca centrale, si cerca generalmente di ottenere l'effetto opposto di un aumento dei tassi. Le principali conseguenze di un abbassamento dei tassi d'interesse sono:

  • Stimolo dell'economia: una riduzione dei tassi di interesse rende più conveniente prendere in prestito denaro. Ciò può incoraggiare sia le imprese che i consumatori a contrarre maggiori prestiti, rispettivamente per gli investimenti o i consumi.
  • Aumento dei consumi: rendendo meno costoso il prestito, i consumatori possono essere più inclini a fare acquisti importanti, come case o automobili, che a loro volta possono aumentare la domanda aggregata nell'economia.
  • Impatto sui mercati azionari: la riduzione dei tassi può avere un effetto positivo sui mercati azionari. Riducendo i costi di finanziamento e aumentando i consumi e gli investimenti, le aziende possono vedere migliorare le loro aspettative di profitto, che spesso si riflettono in un aumento dei prezzi delle azioni.
  • Svalutazione della valuta: in alcuni casi, una riduzione dei tassi di interesse può portare a una svalutazione della valuta nazionale rispetto ad altre valute, poiché gli investitori cercheranno rendimenti più elevati in altri mercati, vendendo così la valuta locale.
  • Rischio di inflazione: se da un lato la riduzione dei tassi mira a stimolare l'economia, dall'altro un effetto collaterale potrebbe essere l'aumento dell'inflazione. Con l'aumento dei consumi e degli investimenti, i prezzi potrebbero iniziare a salire, soprattutto se l'offerta non riesce a soddisfare l'aumento della domanda.

In breve, questo è il calendario delle prossime riunioni della Fed, per non perderne nessuna e per poter reagire sul mercato ai dettami della Fed, siano essi espansivi o restrittivi.

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